Alberto Moravia cominciò a scrivere Gli indifferenti nel 1925, e ancora oggi lascia stupiti, ammirati e quasi turbati il fatto che a soli 18 anni si possa essere in grado non solo di descrivere ma soprattutto di conoscere tanto bene le pieghe più nascoste dell’animo umano.
Paolo Sorrentino di anni ne ha 34 quando dirige Le conseguenze dell’amore, e provoca altrettanto stupore, ammirazione e turbamento la sua capacità di penetrare nel profondo di una storia apparentemente qualunque, di conoscere un uomo al punto di giungerne alle viscere, sfiorando peraltro solo la superficie.
Il film ruota intorno al personaggio di Titta Di Girolamo, interpretato da un encomiabile Toni Servillo meritatamente premiato con uno dei 5 David di Donatello vinti dal film: un uomo anonimo e grigio che vive un’esistenza in apparenza altrettanto incolore nell’albergo di un’imprecisata città svizzera (nella realtà Treviso), muovendosi tra cose e personaggi con il distacco dolente di un antieroe decadente.
La plumbea compostezza, la snobistica passività e quell’“indifferenza” altera e tragica del protagonista non possono infatti non richiamare alla memoria il Michele Ardengo moraviano, ma ancor di più lo fanno la violenza delle emozioni nascoste e la forza potente e deflagrante dei sentimenti, che per Titta saranno ragione di vita, nonché causa di morte.
In questo film infatti l’indifferenza, la lentezza, l’intimismo (che tanto è piaciuto a tanta critica
al punto da preferire nettamente la prima parte, “più profonda”, alla seconda giudicata “troppo d’azione”) sono in realtà soltanto copertura, forma; Sorrentino fugge con intelligenza dal facile cinema intellettual(oid)e e si cala nel profondo dei sentimenti di un uomo, tumultuosi e intensissimi a dispetto delle apparenze.
Non c’è intimismo ma al contrario la piatta realtà dei fatti gelida nella sua semplicità: un uomo senza affetti, drogato, separato dalla moglie, rifiutato dai figli, con un fratello troppo distante, involuto piano piano da brillante professionista a fiancheggiatore della mafia, che perde gradualmente ogni contatto emotivo con il mondo fuori da sé; sì perché la roccaforte in cui è rinchiuso è un universo a parte misterioso e impenetrabile, una sorta di difesa autistica contro una realtà che non ha ormai più nulla da dare.
Ma dove c’è difesa c’è dolore, ed è proprio nel distacco che si vede la sofferenza; è nella fasulla compostezza di Titta che compare il suo bisogno di aiuto, è nei suoi silenzi che urla una lacerante disperazione, è nella sua indifferenza che si consuma l’agonia suicida di un uomo ancora vivo che Sorrentino tratteggia magistralmente attraverso il contrasto, come se dipingesse un’orgia di colori in bianco e nero.
L’incontro fugace con un’enigmatica ragazza sarà la risposta a questo dolore, l’amore nel suo significato più ampio, intellettuale, di amore dell’amore permetterà a Titta un ultimo, pericoloso scatto di vita, un’estrema opportunità di confrontarsi e riconciliarsi con se stesso dalle conseguenze fatali.
Eccellente il finale, catartico e di una coerenza perfetta, dove il protagonista “scompare” ascendendo ai monti incontaminati mentre si cala nel cemento, confortato dall’amicizia, ancora una volta un sentimento che quanto più è incongruente con la realtà (non vede più l’amico da decenni così come non conosce la donna che ama), tanto più è puro nella sua essenza, nel suo significato più intimo; una rappresentazione degli affetti sentita, vibrata e mai mostrata, così ricca di pudore da risultare, in un’epoca di degradante volgarità mediatica e culturale, di un’onestà a tratti commovente.
Perfettamente incastrati come tessere di un mosaico i componenti dell’ottimo cast da segnalare, dai convincenti giovani Adriano Giannini e Olivia Magnani, alla quale è meglio risparmiare i facili paragoni con la nonna Anna, non perché lei non sia una brava attrice di cinema, al contrario, ma perché Anna è stata Il Cinema, fino ai più anziani comprimari, un’elegante Angela Goodwin di incisiva intensità e un Raffaele Pisu che alle soglie degli ottant’anni ci lascia ancora una volta il dubbio e il rimpianto di averlo forse troppo a lungo sottovalutato.
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