Film a tre episodi: Il filo pericoloso delle cose di M. Antonioni; Equilibrium di S. Soderbergh; La mano di Wong Kar Wai.
Vengono distribuiti con questo titolo generico ed uno dei più bei manifesti degli ultimi anni, come le animazioni che legano gli “episodi” di Mattotti, tre mediometraggi del tutto eterogenei per cultura, epoca, contesti culturali, intenti e “mano” di regista, espressione di concetti cinematografici (di tre “cinemi”, come dice Ghezzi) assolutamente incommensurabili.
Impossibile parlarne unitariamente; la critica (ed anche il pubblico) si sono uniti nel considerare orribile quello di Antonioni, mediocre benché simpatico quello di Soderbergh, eccellente e raffinato quello del regista del momento, il grande Wong Kar Wai. Si può essere d'accordo solo se si cade nel tranello di “paragonare” le tre opere solo per il fatto che vengono proiettate in successione presupponendo un'unitarietà di senso che di fatto non c'è, né per i contenuti né, tantomeno, per la forma.
Il filo pericoloso delle cose, che ha il grande difetto di essere doppiato maldestramente e recitato così così, cosa che rende talora ridicoli i fortunatamente scarsi dialoghi, preoccupanti nel loro schematismo, è in realtà una sorta di compendio e di manifesto estremo (vista anche l'età di Antonioni e del cosceneggiatore Tonino Guerra) sull'ambivalenza dell'identità femminile, e dei rapporti maschili col femminile: due donne-farfalle quasi gemellari propongono in alternanza le componenti accoglienti-sensuali-nutrienti e espulsive-glaciali-svuotanti che giacciono, come meccanismi preformati rivelantisi in contesti e tempi diversi, nelle donne di oggi, così esigenti e intolleranti, così narcisisticamente chiuse nel loro perfezionismo nostalgico di un'unitareità perduta da potersi ri-conoscere solo nei rispecchiamenti con i soggetti del loro stesso sesso. Al maschio-regista resta solo il potere di “rappresentare” questo stato delle cose, rivalendosi con la capacità di offrire inquadrature perfette che incorniciano la bellezza naturale (l'oasi di Burano, la bellezza dei corpi “offerti”), cioè di fare arte della vita, di farsi occhio-cinema. Non è sempre stato così per Antonioni, perché rimpiangere la sua produzione passata?
Equilibrium è anch'esso una gioia per l'occhio, sia nel bianco e nero sgranato anni '50 della buffa interazione psicoanalitica, sia nel bellissimo “monocromo” del “sogno del paziente”, ma è anche una grande prova di attori, soprattutto Alan Arkin. Apparentemente la figura dello psicoanalista che attiva il “pilota automatico” mentre insegue i propri fantasmi di desiderio, pur nel taglio grottesco, evita il classico “tiro sulla croce rossa” che di regola avviene con gli psicoterapeuti al cinema, perché paradossalmente ne esce fuori la sua bravura nel fare due cose nello stesso tempo. Il finale, infine, ribalta l'apparente struttura sogno-realtà, perché tutto diviene un sogno nel sogno. Il film mostra tutta la capacità tecnica del regista su una sceneggiatura banale e implacabile nello stesso tempo. E', a mio avviso, un piccolo gioiello.
Infine Wong Kar Wai, che qui si spinge in un melodramma estremo, dove l'”eros” sta sia nella storia di un amore “impossibile” tra una prostituta ed il suo sottomesso sarto, sia, e forse soprattutto, nelle inquadrature amorose della sua attrice-feticcio Gong Li, bellissima e elegantissima come sempre. Wong Kar Wai è, come Antonioni, immediatamente riconoscibile per la qualità delle sue inquadrature che, tanto sono nitide e geometriche nel maestro di Ferrara, tanto sono vellutate, “spiate”, “ostacolate” e claustrofile in lui, anche per l'angustia degli interni hongkongesi. Si è detto che in questa storia passano emozioni più forti e percepibili che nel virtuosistico 2046 , ed in parte è vero; ma sovrapponendo i due film si ha l'impressione del rischio che corre il regista cinese di aver creato un genere e di rimanerne intrappolato (sarebbe bello vederlo all'opera su un set internazionale ed aperto).
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