Affetti speciali: Lars von Trier e la poetica del martirio
Ciò che neppure Coppola nel suo Apocalypse now ha saputo mostrare, aderendo ancora all’estetica della spettacolarità, l’orrore di cui vaticina Marlon/Kurz, ce lo mette dentro, passando per i miracoli della visione, Lars von Trier. Si veda, solo per fare un esempio, il finale di Dancer in the dark: la carcerazione ingiusta, l’isolamento sensoriale, il corridoio della morte, l’esecuzione nel teatro reso pubblico del penitenziario.
Niente è più vicino alla nostra realtà, alla realtà post 11 settembre, alla realtà delle immagini televisive e di internet, di questa esecuzione; ma la fiction compie il miracolo di essere più vera del vero, in virtù del potenziale amplificativo dell’inverosimiglianza del plot, dell’uso anticonvenzionale della mdp, della commistione incongrua, in funzione antispettacolare, dei generi più diversi (musical, melodramma, reality movie, dramma e commedia). Selma, come tutte le altre eroine di von Trier, è una Giovanna d’Arco di dreyeriana ascendenza, che muore felice, cantando per la beatitudine della propria anima, più forte dello strazio del suo corpo doppiamente dilaniato dall’impiccagione e dalla crocifissione; ma è anche, post hoc, alla nostra re-visione (il film è del 2000), una delle molte (dei molti) kamikaze decise/i al sacrificio per un ideale e per una fede con cui lo spettatore non può consentire ed immedesimarsi. La spoliazione del cinema da tutte le sue convenzioni trasforma queste pellicole in veri e propri esperimenti sul potere della visione, in opposizione ad ogni esigenza di entertainment. Questo cinema è inconsumabile, e ci resta dentro, come afferma von Trier in uno dei suoi interventi teorici, come un sasso in una scarpa. Eludendo completamente l’horror, è un cinema sull’orrore dell’esistenza, uno dei tanti affetti speciali che normalmente teniamo a dovuta distanza. Il martirio dei suoi personaggi coincide col martirio dello spettatore, con la sua morte come consumatore e la sua rinascita come soggetto morale.
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