Quindici anni dopo il brillantissimo, generazionale, “Il declino dell’impero americano”, l’autore canadese Arcand, fine, colto e ( si sarebbe detto una volta) senza dubbio “di sinistra”, tenta di rispolverare la propria immagine dopo una serie di prove incerte e discutibili, scrivendo e girando il sequel di quel piccolo grande film di allora. Come accade di necessità in queste operazioni, mentre la natura canadese mantiene intatto il suo splendore vergine, grazie al suo rinnovamento annuale, i volti dei personaggi (dei bravissimi attori) rivelano impietosamente gli effetti del tempo: se la morte “livella”, la vecchiaia “spiana” le caratteristiche individuali, e i vecchi e le vecchie tendono a rassomigliarsi, in primo luogo fisicamente, così anche i nostri prototipi generazionali, incarnazioni della generazione degli intellettuali che, proprio a causa della loro brillantezza, hanno finito per dissipare la loro esistenza in mode culturali il cui non senso il tempo ha impietosamente e velocemente rivelato, alle prese con l’affievolirsi e lo spengersi della libido che ha costituito per ciascuno di loro (interpreti della rivoluzione sessuale degli anni ’60), in vario modo e misura una altrettanto valida ragione di vita, e con la totale disillusione rispetto ad ogni ambizione personale ed ogni progetto di mutamento sociopolitico, ed infine con una totale autocritica rispetto a quanto ciascuno ha realizzato.
Uno di loro ha un tumore al cervello e sta per morire: ecco allora la definitiva resa dei conti con una vita tanto amata quanto dissipata, o dissipata proprio perché troppo esteticamente amata. Spuntano i problemi creati ai figli, alla ex moglie, ritorna la voglia degli amici di un tempo, il vuoto per l’assenza di ogni fede trascendente etc. etc. Affrontando con grazia ironica e pretesa serietà una questione che stimola nello spettatore fortissime identificazioni Arcand impianta una specie di soap d’Autore con tanto di riconciliazioni impossibili, eroinomani buoni che curano i cancerosi terminali, figli neo-yuppy in cui il padre libertario in extremis finisce per instillare i germi di cambiamenti radicali e così via. Il film è perfino rassicurante, anche se a rigore non si può parlare di happy ending quando propone un’eutanasia condivisa da tutti e realizzata come un rituale sacro. Ovviamente tutti sanno che non è così, e che non si muore su uno chalet sul lago preferito circondati dagli amici dopo una notte di ricordi condivisi. Non bastano dialoghi e valutazioni socio-storico-politiche più che brillanti, considerazioni interpersonali di indubbio valore universale, battute perfino esilaranti ed anche qualche occasionale invenzione narrativa (come la impossibile dismissione dei beni della chiesa cattolica in quanto “gli americani” avevano già portato via tutto quanto c’era di commercialmente prezioso) a salvare l’operazione, che, anzi, getta una luce sinistra sul precedente capolavoro: l’anelito alla purezza e al rigore morale si mescola con troppa furbizia narrativa, con un mestiere degno di quella televisione di cui i protagonisti e il loro burattinaio dovrebbero farsi sberleffo. Un cinema che pretenda di essere realistico è sempre meno sopportabile, soprattutto quando, come in questo caso, non lo è affatto.
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