Questo film c’introduce in una dimensione onirico-fantastica dove la poesia dell’amore danza sullo sfondo di un affresco scenografico dalle sfumature prevalenti del rosso e del blu, che ci permette di percepire ‘l’oltre’ della realtà-ordinaria, spesso dominata dal tono del grigio.
Si apre con un invito ad oltrepassare i limiti: “Se non hai voce, grida. / Se non hai gambe, corri. /Se non hai speranza, inventa.” Solo l’immaginazione, potenzialità sprofondata nell’abisso di noi stessi, può ridare un senso alla vita e reinventare il presente.
Momo, voce narrante, raccontando ad un gruppo di artisti circensi la più bella storia d’amore alla quale abbia mai assistito, ci racconta la possibilità dell’incontro con l’Altro e con se stesso, come uomo nuovo, consapevole di sé, se solo…
Momo, bambino orfano, è tenuto prigioniero, insieme ad altri bambini, in un magazzino buio, dove si coltivano i fiori: paradosso dell’esistenza, ciò che necessita di luce viene tenuto al buio; così come prigionieri vengono tenuti i progetti esistenziali, equivalenti psichici dei bambini.
Marcello, il carceriere, non è altro che la personificazione del potere, cinico, sadico, che sfrutta e strumentalizza la miseria economica, ma soprattutto, quella psichica. Lui sa come alimentare lo sfruttamento, vendendo i fiori dieci volte più del loro valore, in questo modo fa sentire gli uomini dieci volte più ricchi e dieci volte più innamorati. Il male raggiunge il suo scopo quando riesce a falsificare il significato dei sentimenti, dell’amore, affinché nulla sia più riconoscibile. Il luogo della mistificazione non può essere meglio rappresentato, nell’immagine filmica, se non da un “Calderone”, contenitore della coscienza collettiva, di un comune modo di pensare, di una vita indifferenziata. La visione di un simile spettacolo è, per l’uomo ordinario, rassicurante, perché lo fa sentire in pace con se stesso, in quanto dove tutto è banalmente uguale, non viene richiesto l’impegno all’assunzione della responsabilità della propria esistenza, perché questa si perde nelle altre.
Momo ha un amico, Frac, che si presenta come proiezione del suo Sé adulto, un fratello maggiore, una guida. Frac è un mimo, figura di confine tra sogno e realtà, tra caos e armonia, sospeso tra cielo e terra mentre ne assume la postura da uccello e ne imita il canto, con il viso coperto da polvere di stelle, ad indicare la tensione verso l’infinito. Questa stessa tensione, volta a realizzare la sua natura ieratica, lo porta a considerare finito il suo compito sulla terra, ma l’amore infinito non si può dare se prima non si conosce l’amore terreno. Così, quando si sdraia sui binari, per cercare di ricongiungersi, nella morte, all’universale a cui appartiene, viene raggiunto da Momo, sua stessa funzione terapeutica, che vorrebbe andare con lui, ma per salvare Momo salva anche se stesso. Questo gesto gli permette d’incontrare lo sguardo di Giulietta.
Giulietta arriva nella notte, con un treno di circensi, creature di ‘confine’ che hanno il compito di iniziare gli uomini alla magia dell’immaginazione. Il treno si ferma davanti alle figure di Momo e Frac, che ne interrompono la corsa. Il vento si ferma ed in questa sospensione del tempo, in attesa di un nuovo giorno, si ode il canto di un gallo. Anche la natura partecipa di ciò che accade all’animo umano.
Giulietta, l’anima dell’uomo, è costretta a misurarsi con il desiderio di morte di un uomo e di un bambino, corrispettivi della sua dimensione erotico-affettiva, rimasta fissata alla dipendenza paterna.
Inizia dunque per entrambi un viaggio alla ricerca e all’individuazione dell’altro. Frac deve riuscire a scoprire il nome di colei che l’ha ri-animato. Attribuire un nome, significa far uscire le cose dal nulla nel quale sono state confinate ed attribuirvi un senso. Giulietta è anche l’anima del circo, tuttavia ha bisogno di Frac, “lui aveva illuminato il cielo per la prima volta e lei aveva visto il mondo per la prima volta”. Cielo e terra devono potersi riunire nell’integrazione del polo che a ciascuno dei due difetta: Frac, spirito sognante, astratto deve prendere contatto con la materia ‘scalando la montagna e affrontando il drago’ come suggerisce Fleur, padre di Giulietta, che in termini psichici significa affrontare la crisi, andare fino in fondo, sconfiggere il drago, guardiano dei tesori nascosti, per riportarli alla luce, come fonte di nuove forze e nuova vita.
Giulietta deve trovare un nuovo spirito, contaminarsi con il mondo dal quale è stata preservata dal padre, e lo può fare solo allontanandosi dal padre, ed il circo, privato della sua anima, non può che morire.
La sofferenza, il dolore, la tristezza, appartengono dunque anche al regno dell’immaginario?
Sicuramente sì, se esso è slegato dal mondo del possibile.
Il viaggio di Giulietta nel mondo ordinario termina nella prigione di Marcello, punto di caduta e di massimo tormento per l’anima che è alla ricerca di se stessa. Solo sperimentando l’abisso è possibile la rinascita. La percezione di tale sofferenza permette a Frac non solo di far uscire l’eroe che è in lui, ma anche di far prendere coscienza a tutte le istanze (bambini) tenute nel buio dell’inconsapevolezza, della loro forza e identità. Solo a questo punto i bambini e Giulietta possono essere liberati e indossare l’abito bianco, simbolo di purezza, purificazione, nonché indicazione di speranza verso una nuova umanità. L’amore tra Giulietta e Frac ri-anima il circo nella ricongiunzione tra reale ed immaginario, tra esterno ed interno, tra possibile e ideale, tra vita ed illusione.
Ma l’amore non può lasciare dietro di sé altri pezzi di amore, perché esso non impone scelte, ma qualità diverse nel modo di amare. Giulietta, dopo l’incontro con Frac, può dunque amare il padre in un rapporto intersoggettivo, come nuovo spirito, nuovo ordine, nuovo Dio, che già guarda oltre se stesso perché ha riconosciuto nel femminile la natura corporea materiale dalla quale è stato separato, e lo spirito non può vivere senza la materia, pena l’eterna condanna della sua ricerca.
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