Che ho fatto io per meritare questo?! esce su sopporto dvd dopo oltre vent’anni e rappresenta un interessante punto di visione su un Pedro Almodòvar prima maniera, sul cinema degli esordi di un regista oggi affermato e consacrato tra i grandi.
Il film si apre forte e brutale come è lo stile del regista, con la scena di un amplesso nella doccia, un sesso esplicito e carnale ma anche impotente e maldestro che accende un senso di sconsolata frustrazione che accompagnerà tutta la storia. Una storia che è comune, normale, come quella di una qualsiasi famiglia proletaria, lui tassista lei donna delle pulizie, che vive in un piccolo appartamento della periferia madrilena con due figli, una nonna e i quotidiani problemi familiari di convivenza e sopravvivenza.
Ma Almodòvar, questo Almodòvar soprattutto possiede un gusto straordinario dell’eccesso, un senso del grottesco che sfocia liberamente in uno spirito iconoclasta corrosivo ma anche splendidamente libero e divertito, capace di mettere alla berlina valori e sentimenti fondamentali con una sorta di candore infantile che trabocca vitalità anche nei momenti e nelle situazioni più tragiche.
Ecco allora che la protagonista di questa famiglia come tante, una bravissima Carmen Maura a lungo attrice feticcio del regista, è in realtà una donna depressa che sniffa colla e detersivo di nascosto dai parenti, il marito è un truffatore, un figlio spaccia droga mentre l’altro dodicenne è un omosessuale avviato alla prostituzione, e la cornice di vicini di casa varia da una bambina con poteri paranormali ad una prostituta disinibita ed eroinomane.
La vita della protagonista Gloria arranca quotidianamente tra le avvilenti traversie di un’esistenza grigia che Almodòvar dipinge con forte senso del contrasto su uno sfondo coloratissimo e ubriacante, costellato di personaggi kitsch quasi felliniani: travestiti, cleptomani, esibizionisti che si alternano, scompaiono e ricompaiono in un intreccio ciclico dalla comicità caotica in stile
Hellzapoppin’, ma che trasmette al tempo stesso un realismo tanto serio quanto disperato.
Nello squallore dell’ambientazione, scelta nel degradato quartiere della Concepcion ai margini della ricca Madrid, è immerso il punto vista del regista sulla società spagnola post-franchista, quella della Movida tanto per intendersi, frenetica e bramosa di riscatto che si dibatte e urla rivendicando la propria libertà come fa tutto il cinema di Almodòvar. Questo film, del 1984, si colloca infatti perfettamente in mezzo a L’indiscreto fascino del peccato dell’anno precedente, che attraverso i personaggi di monache drogate e viziose come Suor Squallida e Suor Vipera denuncia causticamente gli aspetti più oscurantisti del potere con una struttura che ricorda il Salò di Pasolini, e il successivo Donne sull’orlo di una crisi di nervi film più adulto e maggiormente risolto che mostra quell’eleganza e quella maturità intellettuale che caratterizzeranno i futuri successi del regista.
Che ho fatto io per meritare questo?! abbandona invece la rabbia della denuncia e rimane ancorato ad una forza giovanile irriverente e acerba, una violenza che è visiva prima ancora che tematica; la panoramica sulle case a ridosso della tangenziale, stupende nella sequenza finale, o gli interni claustrofobici e psichedelici urlano ancor prima dei protagonisti avviliti dalla vita e sembrano rivendicare con disperazione e ingenuità il proprio diritto ad essere.
Almodòvar dimostra il proprio valore di regista andando oltre al cinismo feroce e lasciando intravedere la forza risolutiva, ma mai consolatoria, dei sentimenti che egli spesso sfuma attraverso bellissime citazioni come l’accenno struggente a Splendore nell’erba che forse redimerà il figlio spacciatore, il suicidio della cantane depressa che ricorda quasi testualmente la Norma Desmond di Viale del tramonto, o ancora l’esplosione dei poteri paranormali della vicina, che come una Mary Poppins precipitata, saprà regalare per un istante a Gloria la dimensione del miracolo.
Il finale, avvolto in una quiete insolita ma disperatamente definitiva, chiuderà il cerchio, ristabilirà ruoli e rapporti e metterà da parte il gioco della trasgressione, per mostrare impietosamente il profondo realismo del film.
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