Il libro non è divulgativo, nel senso che non cerca di diffondere con espressioni convenzionali o metodi collaudati di insegnamento i concetti fondamentali della psicanalisi. Il testo pur nella sua semplicità è a sorpresa un vero e vivo contributo alla scienza e all’arte della pratica psicanalitica. Sorprende come la scorrevolezza discorsiva di uno scritto possa avvicinare le idee che lo racchiudono a una forma nuova di scienza psicanalitica intesa come pratica nel linguaggio della sessualità. Forse ciò è stato agevolato dalla scelta delle coordinate di lavoro: Silvia sceglie quelle più fertili da un punto di vista creativo e analitico selezionando questioni ancora molto vive come ad esempio tutto il tema del disagio della civiltà e della questione edipica. Inoltre il suo lavoro mette rigorosamente a confronto Freud con gran parte dell’evoluzione storica della cultura europea dalla fine ‘800 ai giorni nostri. E’ un lavoro duro che alla fine riesce a sciogliere alcune complicazioni teoriche del pensiero psicanalitico rendendo operative le idee che ne derivano. L’autrice rimane consapevole del divario incolmabile che permane tra teoria, cultura e pratica analitica. Vuole stimolarci a convivere produttivamente in questo divario. Il saggio dimostra che la psicanalisi può diventare scienza tramite la soggettività dell’esperienza perché quest’ultima produce risultati creativi rimanendo sospesa su tutte le specializzazioni mediche. Come dire che ciascun analizzante inventa la propria psicanalisi in forma di teoremi soggetto.
La passionalità di Silvia per l’argomento psicanalisi è straordinaria. Il suo lavoro si eleva a un livello tale da produrre un risultato vicino al “cult”. Risultato apprezzato in particolare dagli amanti della psicanalisi umanista. Da coloro che riescono a trarre soddisfazioni intellettuali lasciandosi attraversare da un tipo di lavoro analitico non riproducibile in laboratorio né codificabile ad uso media.
Si avverte nel testo sia una ricerca comunicativa in forma illusiva che una preoccupazione critica disillusiva. L’una prova a tracciare sentieri nuovi, contigui alla strada maestra di Freud, l’altra invita il lettore a una passione più verso la critica teorica soggettiva che verso la teoria-sistema, come se la chance psicanalitica passasse in qualche modo da un forte senso di responsabilità nei confronti del proprio vero parzialmente ignoto e da un apprezzamento del rigore etico, dello stile del racconto.
Una ricerca che sembra andare a vantaggio di chi spinge alla modificazione delle ortodossie mediche istituzionali. Ortodossie depositarie di un sapere psicanalitico neopositivista che tende a cristallizzarsi intorno a un’idea di corpo animato da funzioni in gran parte prestabilite e osservabili.
Questo libro su Freud va anche a favore di chi si pone la questione di una diversa azione formativa verso gli analizzanti. L’autrice arricchendoci di esempi di vero provenienti dall’analisi, esempi rispetto ai quali proprio per lo stile aperto che li caratterizza non si è costretti a prendere una posizione difensiva, sollecita un riesame dei metodi di insegnamento tradizionali. L’autrice non concede credenze-fede di alcun genere tantomeno di carattere anche solo velatamente ideologico, impegna intellettualmente il lettore e lo costringe a tenere un non facile filo logico con la scienza e la storia delle idee psicanalitiche.
Nel libro alcune sfaccettature di verità teorica sul transfert e l’edipo si mostrano con grande nitidezza di toni, in particolare quelle specifiche ai numerosi risvolti originali relativi alla pratica analitica quando essa entra nel vivo di un lavoro con l’inconscio aperto dalla “domanda” incorporata con l’analista.
Silvia dalla pratica analitica vede confermata la presenza della questione edipica oggi un po’ trascurata nel campo della cultura. La cosa è un risultato di grande rilievo ed è anche frutto di un suo lavoro di interazione conoscitiva con altre discipline scientifiche e filosofiche quali: la mitologia e la linguistica. Materie che in un certo senso aiutano a formulare con più dovizia di particolari le dinamiche della pulsione. Nella lettura del libro il piacere intenditivo che ne deriva è elevato perché l’interazione interdisciplinare migliora il coefficiente di specificità edipica estraibile dalla cifra analitica.
Molte le sfaccettature di vero. Esse non mostrano completamente la loro struttura ma pulsano allontanandosi per ritornare in un secondo tempo con nuove immagini di verità. Un ritorno che più intendimento c’è stato prima da parte del lettore più sarà fertile poi di un attraversamento di idee cifra. Le maggiori formulazioni racchiuse nei testi freudiani prendono con questo scritto di Silvia uno slancio linguistico nuovo, godibile per gli innumerevoli diversi orizzonti che sembrano dischiudere. Merito di ciò sono anche le solide basi culturali dell’autrice in particolare per quel che concerne la psicanalisi, la filosofia e la storia. Silvia è anche insegnante di psicologia dinamica all’Università di Pavia e già psicoterapeuta.
Il saggio ha inoltre offerto l’estro all’autrice per approfondire in una direzione di impegno teorico e pratico legati alla clinica alcune questioni di psicanalisi a lei più congeniali, per esempio l’isteria. Questione ben presente nel dibattito medico sulla psicanalisi ma che sembra del tutto assorbita dai teoremi psicoterapeutici.
Il disagio della civiltà, la vita come sintomo, la psicoanalisi come sovver-sione del sapere, l’isteria, sono temi sviluppati lungo la consapevolezza culturale di Silvia della necessità per la psicanalisi di mantenere attiva un‘altra clinica. Una clinica psicanalitica che per l’autrice è tale solo in quanto prende per oggetto l’inconscio.
La ricerca dell’assoluta specificità del vero inconscio racchiuso in un congegno contiguo al sintomo e composto da figurazioni indomesticabili ma logiche è per l’autrice l’autentica posta in gioco dell’analisi.
Giordano.Biagio@tiscali.it