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LE PAROLE PER DIRLO
Autore: Marie Cardinal, 
Editore: Bompiani
Anno: 2003
Incubi, angosce, paura della morte e della vita. È un male che paralizza, inibisce, confonde, fa perdere coscienza di sé, annulla il senso delle proprie azioni ...
 

Recensione di: Claudia Reghenzi
Inserita il: 15/11/2003

 

Trent’anni per scoprire che la felicità esiste, trent’anni passati ad aspettarla. Pochi? Tanti? La relatività del tempo è il valore che ciascuno attribuisce all’attimo o all’eternità vissuti sulla propria pelle e tanti sono stati gli anni impiegati da Marie Cardinale per “rivenire” al mondo.
Marie nasce ad Algeri nel 1929 in una famiglia dell’alta borghesia, dalla quale riceve un’educazione autoritaria e repressiva, fortemente condizionata dall’ambiente cattolico che svolge su di lei un’influenza determinante, in particolare per quanto attiene il rapporto con il corpo ed il sesso, aspetti che rimangono, sino ad un certo punto della sua vita, non solo innominati ma anche rimossi. Non a caso la sofferenza della sua anima, non trovando altra forma di considerazione, non poteva che trasferirsi sul corpo e proprio nella parte che riguarda la sfera della sessualità, come ultimo baluardo di manifestazione del suo disagio psichico.
Fino a trent’anni infatti, Marie rimane prigioniera di una ‘inspiegabile’ quanto devastante malattia che la costringe a vivere isolata dal mondo, nel bagno di casa sua, tra la vasca ed il bidè per controllare il flusso del sangue che il suo corpo vomita in continuazione. Marie la chiama tragicamente la ‘Cosa’ come un oggetto dotato di vita propria, che si nutre di lei, vive in lei. Al sangue si accompagnano altre forme di nauseabonde secrezioni: il sudore, le feci, il muco, il vomito, la saliva, e ancora il battito impazzito del polso, ma anche un mostruoso formicolio di immagini, suoni e odori a cui si aggiunge la persecuzione di un’ allucinazione.
A Marie non si aprono allora che due possibilità: l’ospedale psichiatrico o il suicidio. Ma c’è anche una terza via: quella dell’analisi, ed è questa che sceglie, concedendosi – come lei dice “l’orrendo privilegio di descrivere quelle terrificanti immagini, quei dolori abominevoli, che nascevano in me al ricordo di avvenimenti passati.”
E’ proprio attraverso l’analisi che Marie riscopre la vita e ritrova la felicità che aveva soltanto immaginata. E’ attraverso l’analisi che si svela il talento del quale era stata dotata sin dalla nascita: la scrittura, e senza quell’ atto di generosa quanto dolorosa discesa nella profondità di se stessa, forse noi saremmo stati privati della manifestazione del suo ingegno e creatività.
Le prove letterarie nelle quali si cimenta durante la fase iniziale dell’analisi, sono un anticipo dell’opera che l’ha resa famosa, nella quale ha trovato il coraggio di raccontare al mondo la storia della sua malattia, della sua follia. “Le parole per dirlo” sono ormai entrate nel linguaggio comune per alludere al simbolo dell’indicibile che trova finalmente la sua manifestazione.
Nel libro racconta, con linguaggio diretto, ricco di tensione, forza e delicatezza insieme, arguta lucidità e coraggiosa franchezza, che a tratti raggiunge anche la crudeltà, il processo della sua rinascita. Per tre volte alla settimana percorre l’identica strada che la conduce ‘nel vicolo senza uscita, fino in fondo, fino al cancello di sinistra da quell’ ometto’ che per sette lunghi anni ascolta le parole di Marie con la sapiente coscienza del silenzio, che interrompe a tratti, con la domanda giusta al momento giusto, convogliando così la corrente delle emozioni evocate in una nuova direzione, più favorevole all’emersione dei contenuti affondati nella profondità degli abissi di Marie. Le parole che l’hanno imprigionata, impronunciabili se non nell’allusione a cui esse rimandano, nascono ora a nuova vita, acquistano significato, libertà; fanno rivivere la bambina che è stata, la sua ammirazione e devozione per la madre. Ma a poco a poco alla verità delle parole pronunciate dalla parte cosciente, si associa la verità delle parole provenienti dalla profondità dell’inconscio, quelle dei sentimenti e delle emozioni antiche, rimosse. Il loro disvelarsi espone Marie al dolore necessario della consapevolezza, quella che la porta al superamento della paura del padre, malato di tisi, conosciuto solo attraverso gli occhi della madre, quegli occhi con i quali ha guardato ogni cosa, per arrivare a concepire quella verità di cui mai avrebbe potuto sospettare: l’odio, più ancora della paura, non verso il padre, ma verso colei che, oltre la nascita, le ha donato la morte, la follia e la Cosa.
Ma da quando ha iniziato a parlarne, non della Cosa ma della bambina che è stata, la Cosa è sparita così come l’allucinazione, ossia quell’immaginazione persecutoria che Marie introduce con ritualità cadenzata senza però mai svelarla se non alla fine della narrazione, sollecitando la curiosità dei lettori che si esercitano all’individuazione degli indizi ed alla loro composizione come un puzzle inserito in un minuzioso giallo poliziesco. Così Marie c’introduce nel viaggio all’interno di se stessa, fornendo a chi sa leggere nell’ascolto, l’esatta percezione della sofferenza, quella caduta negli abissi che sola e unica permette l’incontro con i demoni, dai quali si può anche rischiare di essere distrutti, ma una volta riportati alla luce della coscienza, mostrano il lato caritatevole della natura divina dalla quale si erano allontanati. La vita vissuta in superficie fornisce solo una visuale limitata.
“La psicoanalisi può sconvolgere completamente la sua vita.” Aveva detto il dottore a Marie nel primo incontro, ma che cosa poteva sconvolgere la sua vita più di quanto non avesse fatto la Cosa e tutti i suoi corollari? Ma al dottore non interessa la Cosa, lo sa che il sangue proviene da quella, è la sua natura che bisogna scoprire e lo può fare solo Marie attraverso lo specchio riflettente offertole dal dottore.
Sette anni è durata l’analisi, un ciclo compiuto, come la settimana che Dio ha impiegato per creare il mondo. Sette anni ci sono voluti a Marie per venire nuovamente al mondo. E la distanza tra la donna che era a trent’ anni, quando iniziò il percorso analitico, e quella che è diventata, non smette mai di aumentare perchè – dice Marie – “un’analisi non finisce mai, diventa un modo di vivere.”
Riportare alla luce della coscienza tutto ciò che crediamo di non aver udito, visto, sentito, provato ma che è stato registrato nella memoria sensibile della psiche, è sicuramente un percorso di sofferenza ma non più di quella che Marie, per tutti noi, ha vissuto durante gli anni in cui è stata perseguitata dalla Cosa ed ha vissuto da morta.
L’analisi ha aperto le porte sulle sue angosce infantili permettendole di ritrovare le prime vittime designate da cui lei stessa è discesa: la bambina angelo, educata, ubbidiente ma anche terrorizzata, sconvolta e infelice che nascondeva, però, le sue ali da falco, la violenza, la ribellione , il desiderio e la sensualità. La madre tirannica, affascinante, bella, risplendente come un tesoro, ma in realtà, profondamente fragile, innocente e vittima essa stessa dei suoi condizionamenti, dei valori ipocriti e fasulli del suo ambiente sociale, della vita che si era cucita attorno, talmente stretta che aveva finito per soffocarla. Ogni scoperta allarga lo spazio interiore che si fa disponibile ad accogliere nuovi sentimenti o vecchi trasformati, come il passaggio dall’odio al perdono che permette a Marie di pronunciare con consapevolezza le parole che la riconciliano alla madre.
Marie ha fatto l’analisi negli anni 60’in un periodo in cui la gravità dei suoi sintomi non poteva che ricevere le cure e le attenzioni esclusivamente dagli Ospedali Psichiatrici; ma il suo coraggio, la sua forza e determinazione, hanno permesso di andare oltre la malattia, oltre il sintomo per ascoltare il messaggio che in esso era trattenuto; ma anche oltre il rimosso, per arrivare a scoprire quella creatività di cui Marie stessa era portatrice.
‘Le parole per dirlo’ è un libro senza tempo, un compagno di viaggio perchè racconta la storia di un processo d’individuazione e come tale non può che essere un modello, per tutti.
Con questo libro Marie inaugura una letteratura femminile testimoniale che legittima la scrittura delle donne che ha come referente la vita, quel quotidiano fatto di piccole cose nelle quali è racchiuso tutto il mondo delle emozioni, dolori, gioie e passioni. Marie muore a Valreas in Francia il 10/5/2001 ma le sue ‘parole per dirlo’ continueranno a suggerirci il loro messaggio perchè le parole ritrovate nella memoria antica sono il linguaggio universale, senza tempo nè confini e parlano direttamente al cuore del mondo.

claudiareghenzi@interfree.it

 
 
 
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