SOGNO O SON DESTO?
Dedicato a quelli (tutti) che hanno una doppia vita: consapevole di giorno, inconsapevole di notte. Perché spalancare gli occhi al mattino significa perdere il senso (e qualche volta il divertimento) della nostra identità notturna. L'acchiappasogni (Zephyro Edizioni) è un manuale per la condivisione dei sogni in famiglia scritto da due psicologia americani, Alan Siegel e Kelly Bulkeley, che si ispira nel titolo agli antichi feticci indiani di piume e sonagli (dream-catcher) che vegliavano sul sonno dei bimbi. Il 26 aprile sarà presentato a Milano, alla Libreria dei Ragazzi di Via Unione 3, con l'intervento dello psicoanalista e psicoterapeuta Fulvio Scaparro che ci invita a riappropriarci del sogno: "Nell'antichità quello che si sognava la notte era un orientamento per la giornata. Oggi crediamo solo a quello che tocchiamo. Abbiamo perso la magia del viaggio notturno".
Ma non tutti hanno un lieto fine, alcuni sono anche inquietanti
Motivo di più per non ignorarli. Il sogno racchiude le elaborazioni più complesse della nostra mente, le paure che da svegli ci paralizzerebbero. Non conoscerle significa censurare noi stessi. Non sono i brutti sogni a essere pericolosi, ma piuttosto i loro interpreti, quelli che pretendono di avere la "chiave". Un'onnipotenza che, personalmente, non perdono nemmeno a Freud.
erché allora educare i bambini a raccontare i loro sogni?
Per un bambino il confine tra veglia e sonno è labile, chiudere gli occhi significa avanzare indifeso in un mondo fantastico, veder scomparire le cose che più ama come la mamma. Per questo l'umanità da sempre ha elaborato rituali di preparazione al sonno. Imparare a raccontare, giocare con i sogni, gestire gli incubi, fa andare a letto curiosi di quello che ci succederà.
Da qui il capitolo che nell'"Acchiappasogni" spiega le tecniche per ricordare.
La più importante è tenere un diario dei sogni. Abituarsi a segnare anche solo una parola, la sensazione al risveglio. Il risultato sarà l'album di fotografie della nostra vita interiore, quella che temiamo, ma in cui magari siamo capaci di imprese meravigliose. Si può fare lo stesso annotando i racconti dei figli.
I sogni degli adulti possono essere raccontati a un bambino?
Non tutti. Alcuni sono troppo violenti. Ma non censurerei quelli "imbarazzanti" (trovarsi nudo in pubblico), o sulle nostre inadeguatezze. Sono temi che i bambini sentono vicini e su cui vanno confortati. Il sogno va accettato per quello che è e descrive di noi. Anche se al momento il ritratto non ci piace.
Pubblicata su GIOIA n. 17 del 1/5/01