L’autrice, Luisa Colli, terapeuta e docente di Storia dell’Arte ci accompagna lungo il viaggio di Ulisse nell’Ade con la fresca e coinvolgente lucidità di una donna che cerca, nell’interpretazione del mito dell’eroe, quel compagno interiore che possiamo scoprire guida nel dire addio.
Il tema della morte è sapientemente associato a quello degli addii, a suggerire, da subito, che ogni addio comporta la necessità di una elaborazione e che solo imparando ad elaborare un addio inteso come allontanamento dal noto, come ingresso nel mistero del divenire, potremo mantenere il contatto con quanto di ignoto si svolge nel nostro profondo, con “l’oltre”, che spesso affascina e terrorizza insieme, anche quando non è strettamente connesso alla morte fisica.
La traccia del saggio è il mito di Ulisse e del suo viaggio, la discesa nell’Ade e l’incontro con l’oltre, Tiresia “maschile psicopompo”, i compagni di viaggio e la madre. Il confronto è con il mito di Achille, i suoi sogni e l’incontro con Patroclo. La differenza sostanziale sembra da riscontrare nella diversa capacità di individuazione dei due eroi. La madre di Achille è una dea, eterna ed immutabile. Ad Achille non è concesso di confrontarsi con il proprio partner interiore su un piano di parità. Non gli è concesso il distacco perché la madre fisica e il suo femminile spirituale non si individuano. Achille il guerriero, il potente, l’iroso è incapace di accogliere Patrocolo nel sogno, è ancorato all’anelito nostalgico con il noto.
Ulisse si confronta con la paura e con la nostalgia sul differente piano del percorso, difficile, talvolta confuso o persino deviante. Ulisse abbandona il noto senza esserne pienamente consapevole travolto dall’"esigenza" del viaggio, e nel percorso “perde”, ovvero abbandona, vecchie parti di sé (i suoi compagni), si spoglia di strutture e sovrastrutture, fino a potersi confrontare con gli addii. Questa è una scelta consapevole, la scelta di scendere nell’Ade appunto, scelta che comporta l’abbandonare qualcosa per “divenire”. Abbandonare le certezze dell’Io ancorato alla nostalgia per il progredire dell’essere. Acquisire la coscienza che “lasciare andare” non è sinonimo di “perdere”.
Il viaggio di Ulisse nell’Ade è il viaggio dell’uomo per tornare a casa. Ma la casa a cui l’uomo torna non può che essere “diversa” da quella da cui è partito, l’addio è inevitabile come il respiro, e l’ancorarsi nostalgicamente al idea del noto inibisce il cammino. Ulisse non può parlare con le ombre in quanto egli è disceso da "vivente" nell'Ade, pronto ad elaborare gli addi ma non ancora distaccato dalla materialità, il piano del confronto non può essere quello dell'ordine diurno della coscienza, ma quello notturno dell’anima e sarà la sua discesa a consentirgli questa percezione. Solo con la madre, infatti, gli è permesso uno scambio verbale purché ciò porti alla resa dell’Io e al cambiamento della percezione del tempo, della vita e del percorso. Ecco allora che, nel compagno che consapevolmente salutiamo, potremo riconoscere una nostra parte che muta a cui non assoceremo più una certezza persa bensì un remo (come Ulisse con Elpenore, simbolo dell’andar per mare) che consentirà di raccontare non la ripetitiva ovvietà del quotidiano ma le profonde “novità” dell’anima.
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