IL SIGNIFICATO DI “INDIVIDUAZIONE” IN JUNG
Dott. Paolo Cozzaglio

Da un certo punto di vista si potrebbe dire che l'idea di evoluzione è la base di tutta la psicologia analitica junghiana. Jung concepisce infatti tutta la dinamica e l'energetica psichica come un processo in divenire. Il divenire evolutivo della psiche, tuttavia, non è un processo lineare, bensì un processo dialettico, in quanto l'energia necessaria per i salti evolutivi scaturisce dalla tensione e dal confronto degli opposti.

Da un punto di vista strutturale gli opposti sono caratterizzati dalle funzioni della psiche concepite in termini antinomici, in primo luogo l'antinomia coscienza-inconscio, in secondo luogo l'antinomia conscio-inconscio personale e coscienza-inconscio collettivo. Nell'ambito dell'antinomia coscienza-inconscio, l'essere umano si differenzia dal livello psichico tout court (ambito delle pulsioni e degli istinti irriflessi) e tramite il procedere della coscienza riflessiva accede al livello spirituale. Nell'ambito della seconda antinomia, l'essere umano, in quanto cosciente, manifesta un'esigenza di coerenza e di unitarietà dell'immagine di sé, ma inizialmente tende a identificare la propria immagine con l'universalmente umano (inconscio collettivo) senza realizzare la propria identità individuale. Per differenziarsi dall'inconscio collettivo, l'individuo separa da sé le molteplici e indefinite possibilità umane di esistenza, senza identificarsi in nessuna di esse, e sviluppa la sua creatività come essere unico e irripetibile.

Dal punto di vista dinamico, gli opposti si manifestano nel movimento progressivo e nel movimento regressivo della libido. Il moto progressivo della libido è quello che caratterizza il divenire dell'uomo nel mondo esterno, attraverso una continua dialettica di valori contrari. Questo richiede la scelta di un particolare atteggiamento, per cui avviene che l'essere umano rifiuti aspetti di sé che non sono consoni all'atteggiamento scelto. Nei momenti in cui la vita pone l'uomo di fronte a circostanze che richiedono atteggiamenti diversi, egli può non essere in grado di procedere perché il conflitto tra i contrari si accentua e lo immobilizza. A questo punto il moto della libido non si arresta: essa regredisce verso l'inconscio e attiva possibilità esistenziali nuove. Se la coscienza non rifiuta queste nuove possibilità esistenziali, il moto progressivo della libido riprende. Da un punto di vista energetico dunque, l’evolutività della personalità può essere osservata nei suoi due momenti: il momento "positivo", rappresentato come il passaggio dal caos all'ordine, che può essere assimilato a un moto di estroversione della libido; il momento "negativo", rappresentato come il passaggio dall'ordine al caos, momento vissuto come sovvertimento (e spesso sofferenza o malattia), che può essere assimilato a un moto di introversione della libido.

Il processo di individuazione, come viene concepito da Jung, sintetizza il punto di vista strutturale e il punto di vista dinamico. Il suo evolversi è reso possibile dal dialogo continuo tra coscienza e inconscio che si realizza nell'alternarsi del moto progressivo (positivo) e del moto regressivo (negativo) della libido.
La coscienza individuale, infatti, nasce dal differenziarsi del soggetto umano dalla vita immediata e pulsionale, e dagli elementi comuni e aspecifici caratterizzanti la specie-uomo, che sono rappresentati dall'inconscio collettivo. È questo un processo spontaneo, genetico, che avviene naturalmente, e che porta alla formazione di quella struttura psichica che chiamiamo "io". Una volta formatosi l'Io deve consolidarsi, evitando di cedere nuovamente alle spinte irriflesse degli istinti, e pure differenziandosi sempre di più dall'universalmente umano, per riconoscersi, quale soggetto, una propria particolarità e specificità. L'Io, dunque, per mantenere la propria identità tende a negare i contenuti psichici non riconosce e che sfuggono al suo controllo, e li relega nell'inconscio. Essi vengono rappresentati in quella funzione psichica che Jung chiama "Ombra". Ogni qualvolta questi contenuti rimossi diventano autonomi e agiscono in modo inconsapevole dal soggetto, è l'Ombra a prendere il sopravvento sull'io.
D'altra parte l'Io, per differenziarsi dalla psiche collettiva ma, allo stesso tempo, per poter riconoscersi ed essere riconosciuto dal contesto sociale collettivo, tende ad identificarsi in atteggiamenti, valori e contenuti unici che lo caratterizzano agli occhi di sé e degli altri. Questa funzione psichica è stata denominata da Jung "Persona", vale a dire "maschera", modo di apparire all'esterno, e comprende il sistema di valori coscienti e socialmente riconosciuti nel quale l'Io si identifica. Persona e Ombra sono dunque poli antinomici del soggetto e, come tali, se non trovano un'armonia dialogica, possono contrapporsi in una rigida separazione. L'inconscio ha per la coscienza una funzione compensatoria e, più l'Io irrigidisce il sistema della Persona, più l'Ombra costituisce una spinta inconsapevole finalizzata a ridare vitalità al blocco dell’energia psichica conseguente alla contrapposizione delle due tendenze opposte. A questo punto, il soggetto deve ritrovare un dialogo con l'inconscio per attingere da esso nuove possibilità di esistenza di nuovi atteggiamenti, che superino la contrapposizione dei contrari e lo stallo energetico.
È questa la funzione dell'Anima, intesa come la capacità del soggetto di entrare in dialogo con se stesso e con l'inconscio collettivo, fonte di nuove possibilità, mai esaurite. È da questa capacità, che si esprime nell'attività simbolica, che il soggetto trova il tertium non datur come atteggiamento nuovo che supera la contrapposizione Persona-Ombra. L'individualità non è più identificata in un Io che si contrappone a un contesto sociale umano che lo categorizza e lo tiene imprigionato in una visione statica ma, al contrario, procede ulteriormente ad individuarsi quando è capace di attingere un nuovo atteggiamento, significativo anche a livello sociale, da un'interiorità che lo trascende.
È a questo punto che l'individuazione del soggetto supera gli angusti confini dell'Io per riconoscersi nel simbolo del Sé, quale centro della personalità, che trova la propria vitalità nel percepirsi come individuo inserito in una dinamica universale di valori con la quale è in costante dialogo. Se lo sviluppo dell'io è compito spontaneo e innato del processo di individuazione del bambino, o della prima metà della vita, lo sviluppo del Sé è compito consapevole adulto della seconda metà della vita. Nell'ottica del Sé, individuarsi significa diventare un essere singolo che realizza la propria intima e incomparabile peculiarità, ma che anche realizza questa peculiarità coordinandola col Tutto. Chi si impegna nel processo di individuazione, deve accettare la tendenza alla regressione e la perdita dell'Io, per viversi come l'esecutore responsabile dello stesso processo di individuazione che in lui si svolge.
Dice Jung nella conferenza intitolata "la voce interiore" del 1932 (Jung, Opere. Il divenire della personalità, vol. 17, Bollati-Boringhieri), rivolgendosi a una platea di educatori: "personalità è la suprema realizzazione dell'indole innata al singolo essere vivente... personalità è l'atto di supremo coraggio di fronte alla vita, l'affermazione assoluta dell'essere individuale e il più riuscito adattamento alle condizioni universali dell'esistenza, unito alla maggiore libertà possibile di autodeterminazione... la personalità si sviluppa nel corso della vita da tendenze in nuce che è difficile o addirittura impossibile decifrare, e solo le nostre azioni riveleranno chi siamo".

Nel parlare della personalità, Jung mostra la coincidenza dialettica dello sviluppo dell'individuo e del disegno universale che supera i confini dell'io del singolo; in questo senso, il cammino per l'individuazione viene visto, contemporaneamente, come una necessità che trascende l'individuo, e come una scelta consapevole del soggetto. "Senza necessità non muta nulla, men che meno la personalità dell'uomo, che è tremendamente conservatrice, per non dire inerte. Soltanto la più ferrea necessità riesce scuoterla... il detto: molti sono i chiamati, e pochi gli eletti, è particolarmente vero in questo caso; perché lo sviluppo della personalità è al tempo stesso un dono e una disgrazia: la sua prima conseguenza è il consapevole e inevitabile distacco dell'individuo dalla dimensione indifferenziata e inconsapevole della massa. Ciò significa isolamento... lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare solo a caro prezzo. Sviluppo della personalità però significa anche: fedeltà alla propria legge. Si può intimamente decidere di seguire la propria strada solo quando la si ritenga la migliore... è ciò che comunemente si definisce vocazione; un fattore irrazionale, che fatalmente spinge a emanciparsi dalla massa e dalle strade già battute".
In questi passi Jung delinea in tutta la sua drammaticità gli opposti che sottendono all'evoluzione della personalità, e quindi lo svolgersi del processo di individuazione: l'individuale e il collettivo; la necessità deterministica e la libertà; la finalità del singolo e la finalità universale. In altre parole, sono due le visuali e gli interrogativi che lo sviluppo della personalità pone: l'individuazione è processo spontaneo e inevitabile, oppure è scelta e volontà del singolo?
Jung sembra fermarsi a questi opposti, senza riuscire a venire a capo completamente di quella coniunctio oppositorum che ha sempre cercato di dirimere negli ultimi anni della sua vita. "Ora diventa chiaro quale immane dilemma si nasconda dietro al nostro problema: la personalità cioè non può mai svilupparsi senza che l'individuo scelga, coscientemente e con una decisione morale consapevole, di seguire la propria strada. Non solo una motivazione causale, cioè la necessità, ma anche la decisione morale consapevole deve dare il proprio impulso al processo di sviluppo della personalità. Senza l'una, cioè senza la necessità, il cosiddetto sviluppo sarebbe una pura e semplice acrobazia della volontà; senza l'altra, cioè senza la decisione consapevole, lo sviluppo finirebbe per arenarsi in un ottuso, inconsapevole automatismo".
Risolvere la coniunctio oppositorum è forse compito degli ulteriori sviluppi della psicoanalisi, come Jung stesso si augurava. Penso allora che sia da stimolo, per una possibile risposta al dilemma posto da Jung, il seguente brano di Silvia Montefoschi (L'essere vero, pag. 199): "la nuova informazione sta nel fatto che tra gli innovatori si venne a mettere ben presto in evidenza una differenza. Alcuni, che costituivano poi la maggior parte, pur avendo fatto proprio il concetto dell'uno, conservano in pratica la logica della separazione, sì che l'uno tornava a presentarsi come una entità altra da loro e dalla quale essi attendevano la trasformazione, anziché esser loro ad operare ad essa. E se viceversa pensavano d'esser loro ad operare, ribadivano il protagonismo umano che pone fuori di sé il risultato dell'operazione. Solo in pochi avevano compreso dal travaglio che in se stessi venivano patendo, che non c'era alcuno da cui attendersi alcunché e che, al tempo stesso, non era in loro potere porre in atto ciò che in atto non si poneva, pur continuando a sapere che dipendeva dal loro operare la realizzazione finale della visione unitaria del pensiero. Operare che però consisteva nella pura riflessione... e nella coscienza dell'assoluta coincidenza tra la loro presenza pensante e il processo del pensiero. La loro identità si collocava ormai solamente nella consapevolezza del processo o forse meglio, nel processo che in loro si faceva consapevole di sé".

Possiamo dunque dare risposta al quesito, inerente la separazione soggetto-oggetto, che Jung si poneva da quando era bambino. Narra Jung nella sua autobiografia (Ricordi, sogni, riflessioni, pag. 46): di fronte al muro della mia casa era un declivio, dal quale sporgeva un masso: era la mia pietra. Spesso, quando vero solo, andavo a sedermi su quella pietra, e cominciava allora un gioco fantastico, pressappoco di questo genere: "io sto seduto sulla cima di questa pietra, e la pietra è sotto", ma anche la pietra potrebbe dire "io" e pensare: "io sono posata su questo pendio ed egli è seduto su di me". Allora sorgeva il problema: "sono io quello che è seduto sulla pietra, o che io sono la pietra sulla quale egli siede? ". Ora, alla luce di quello che abbiamo detto, possiamo rispondere a Jung: “entrambi!” Dott. Paolo Cozzaglio